Non tutto si misura col profitto o con l’aumento del P.I.L..

Eppure, sembra che dobbiamo lavorare solo per produrre sempre un po’ di più dell’anno prima.

Ma perché? Chi ce lo impone?

Le nostre ricerche ci hanno portato a capire che bisogna mettere qualche punto fermo per orientarci nel caos del sistema economico, che sta crollando.

E i punti fermi ci serviranno per ricostruire un nuovo stile di vita, quando ormai del vecchio stile saranno rimaste solo macerie.

Uno dei più grandi risultati dell’etica è che non esiste una sola definizione di “bene” né una sola definizione di “male”.

Quindi, bisogna scegliere uno dei concetti di “bene” tra quelli possibili e associargli un concetto di “male”.

Abbiamo scelto il benessere, come nostro concetto di “bene, e non la produttività.

1. Per “benessere” intendiamo la felicità e, in particolare, quella felicità che si raggiunge solo quando un individuo provvede ai bisogni degli altri, compreso se stesso. Non si tratta dell’intero concetto di felicità, ma di quella parte di felicità perseguibile attraverso l’economia. Ovvero di quella felicità che si raggiunge sia attraverso l’arricchimento esteriore sia attraverso l’arricchimento interiore. Non ci occupiamo, quindi, dei bisogni che sono soddisfatti dai sentimenti di amicizia e di amore.

2. Una persona crea le condizioni per il proprio benessere, quando non provoca danni a sé stessa e non priva gli altri della felicità. P. es.: se non lavora, non soddisfa i bisogni degli altri e, quindi, non possono esserci le condizioni per renderlo felice. L’ozio non dà la felicità.

3. Il benessere è in parte oggettivo e in parte soggettivo. Prima deve esserci la parte oggettiva e poi la parte soggettiva.

4. Il benessere non può essere solo soggettivo, perché ci possono essere percezioni sbagliate del benessere. P. es.: una persona può sentirsi felice, mentre pratica il gioco d’azzardo. Ma sbaglia, perché il gioco d’azzardo non soddisfa alcun bisogno e, quindi, viola la regola 1.

5. Il benessere è oggettivo quando una persona, tra i bisogni che è capace di soddisfare, soddisfa i propri e quelli degli altri. P. es.: chi lavora per soddisfare solo i propri bisogni non raggiunge la felicità, primo perché nessuno è in grado di soddisfare la moltitudine di bisogni che ogni essere umano ha, compreso se stesso, e secondo perché non soddisfa nemmeno uno dei bisogni altrui. La solitudine non dà la felicità. La si raggiunge attraverso il lavoro, ma il lavoro non è il fine della felicità: ne è solo un mezzo.

6. La parte soggettiva la si raggiunge attraverso la consapevolezza, ovvero quando una persona soddisfa oggettivamente alcuni bisogni (regola 5) e ne è consapevole. Se una persona svolge un lavoro utile al benessere degli altri, ma non ne è consapevole, non può essere felice.

7. La ricchezza è un sottoprodotto del lavoro, ma non è il benessere. Non è un male, purché nessun individuo di una società scenda al di sotto di uno stile di vita dignitoso.

8. Il lavoro è necessario perché le persone hanno abilità diverse tra loro e ciascuna mette a disposizione della società le proprie capacità. Attraverso il lavoro si raggiunge l’integrazione tra le persone, a partire da una situazione di diversità.

9. Il denaro è necessario per misurare in modo oggettivo il benessere che ciascun individuo ha prodotto nei confronti degli altri individui e di se stesso. Se non ci fosse il denaro, chiunque potrebbe vantare diritti nei confronti degli altri, senza poter avere una soluzione ai litigi. Possiamo definire il denaro come lo specchio dell’economia. Per specchiarsi, c’è bisogno di uno specchio e, soprattutto, c’è bisogno della realtà. Per cui, il denaro deve essere sempre scambiato con beni e servizi. Mai bisogna scambiare denaro con altro denaro. Altrimenti produciamo i mostri della finanza, così come produrremmo immagini vertiginose quando mettiamo due specchi contrapposti.

10. Le relazioni tra gli individui permettono la felicità, perché è attraverso le relazioni che avvengono gli scambi economici. Spesso sono gli scambi che rafforzano le relazioni, più raramente è al contrario. Possiamo dire che è l’economia che fa nascere la civiltà.

11. Diretta conseguenza della regola 10 è che la responsabilità individuale è un caso limite. Le sorti morali di una persona dipendono sia dal suo libero arbitrio sia dalle relazioni con le altre persone, che le provocano inclinazioni anche molto forti. Quando una persona non è felice o rimane ultima nella società, la colpa è anche di ogni singola persona della società, in proporzione al numero di relazioni che ha avuto con essa. Come la responsabilità individuale è un caso limite anche la non responsabilità di un’altra persona è un caso limite ed entrambi i casi sono poco probabili. Tutti siamo colpevoli di un suicidio, anche se non conosciamo il suicida. Anzi, non averlo conosciuto è una delle nostre colpe.

12. Il linguaggio tiene salde le relazioni tra le persone. Quindi, il linguaggio deve sempre corrispondere alla realtà. I danni più gravi al benessere derivano dalle bugie e dalle promesse non mantenute, perché minano l’esistenza stessa dell’economia e della civiltà. Possiamo dire che la civiltà si fonda tutta sul linguaggio e che ogni parola detta è un contratto vincolante.

Il nostro concetto di “male”

Il male può essere inteso o come assenza di bene o, in alternativa, come qualcosa di concreto che si contrappone al bene. Abbiamo scelto di definire il male nel secondo modo, ovvero come le azioni concrete che ci allontanano dal benessere.

1. Sono cattivi quei lavori che non soddisfano nessun bisogno, come il gioco d’azzardo o come la finanza.
2. La finanza è denaro che genera denaro, o meglio è denaro che attrae altro denaro sottraendolo all’economia reale. Tra le attività pseudoeconomiche, la finanza è la più dannosa.
3. E’ cattivo l’ozio, perché non è un lavoro e quindi non soddisfa nemmeno un bisogno umano.
4. Sono cattivi quei lavori che isolano le persone le une dalle altre, come gli uffici dove le persone non possono parlarsi.

5. La solitudine è cattiva, perché danneggia le relazioni.

6. Sono cattivi anche quei lavori che non rendono consapevoli di quello che ciascuna persona fa per gli altri, come le catene di montaggio, che non lasciano spazio né al pensiero né al respiro.
7. E’ cattivo chi, essendo ricco, non aiuta chi non riesce a sopravvivere, perché non ha senso avere dei meriti economici se poi escludiamo dal benessere qualcuno.
8. La cattiveria maggiore si ha quando si gioca col linguaggio, usando parole che non corrispondono né alla realtà né ai propri pensieri, oppure facendo promesse che poi non manteniamo. Questo distrugge la fiducia che è il presupposto per avere delle relazioni stabili, sulle quali costruire l’economia e la civiltà.

Nel mondo di “Affari Senza soldi”, vogliamo che a nessuno sia proibito di raggiungere il benessere. Per questo ciascun iscritto al circuito deve seguire il codice etico, rispettando il contratto che ha firmato e che ne esprime i princìpi.

Non chiediamo ai nostri iscritti di garantire i loro scambi con patrimoni o capitali, quello lo fanno le banche, ma chiediamo di regolare gli scambi sulla base del nostro codice etico.

Questo è il nostro ideale e chiediamo ad ogni iscritto di perseguirlo ogni giorno, insieme a noi.