Imprenditore non paga i contributi: assolto

Le motivazioni della sentenza che poche settimane fa ha prodotto una vasta eco sui quotidiani e non solo ci vengono spiegate direttamente dalla protagonista: il giudice penale del Tribunale di Prato Jacqueline Monica Magi.

jacquelineNon e’ mai semplice emettere una sentenza, prendere una decisione che incide sulla vita degli altri, per questo occorre seguire attentamente le prove dei fatti ed il diritto che ad essi si applica, per prendere la decisione corretta in base alla legge.

Ogni decisione quindi si attiene strettamente alla legge. Questo non esclude la possibilità di operare scelte diverse sullo stesso fatto, a causa della necessità di interpretare le norme di legge ed i fatti stessi in tutta la loro complessità.

La serie di sentenze emesse dal Tribunale di Prato nel febbraio 2014, conformi a precedenti dello stesso Tribunale, ha interpretato le norme penali fiscali alla luce di precisi principi di diritto, principi sanciti nella Costituzione.

Quelle giudicate sono situazioni analoghe anche se le norme violate sono in parte diverse.

Si tratta di situazione di imprenditori che si trovano a non pagare o l’IVA dichiarata o le ritenute quali sostituto di imposta entro i termini di legge, per cifre superiori ai limiti ammessi dalla legge penale ( €50.000 annue da rivedere ai sensi della recente sentenza della Corte Costituzionale che ha innalzato il limite) , per i quali scatta quindi la denuncia penale ed il conseguente processo.

Letto in questi termini appare semplice: la legge dice che non versare le ritenute o l’IVA entro un certo periodo per una certa cifra e’ un reato penale, quindi ne consegue il processo.

In realtà il problema da affrontare e’ più complesso, proprio alla luce della legge italiana e dei principi costituzionali.

Per Costituzione la responsabilità penale e’ personale e cioè deve appartenere al soggetto che mette in atto il comportamento anche dal punto di vista soggettivo, non solo oggettivo; colui che commette un fatto reato deve non solo realizzare il fatto oggettivo, ma anche essere consapevole della condotta che mette in atto e volerla fare. Ci si limita qui a parlare dei reati dolosi, come quelli tributari, evitando il discorso su quelli colposi che qui non interessano. I reati dolosi sono quelli in cui il fatto e’ voluto e non semplicemente conseguenza di una propria azione o omissione.

Nel caso dei reati tributari occorre quindi accertare, ai fini della condanna, non solo che non sono state versate somme che andavano versate ma anche che questo sia precisa e diretta conseguenza della volontà di non versarle, cioè l’imprenditore deve volere non pagare le imposte.

In tutti i casi che si sono presentati e si sono conclusi con l’assoluzione a fronte di un’accusa che dava solo conto del fatto oggettivo del mancato versamento delle imposte, senza porsi il problema della volontà o meno di farlo, le difese hanno documentato una serie di fatti, fatti che si sono dimostrati incompatibili con la volontà di non pagare le imposte.

In tutti i casi le imprese versavano in grosse crisi finanziarie, dettate da una serie di fattori collegati al momento storico ed in particolare alla chiusura del credito da parte delle banche. Si tenga conto di un fattore, che diventa fondamentale nella decisione sull’omesso versamento IVA: noi veniamo da un’imprenditoria nata senza una vera e profonda preparazione imprenditoriale e cresciuta grazie alla liquidità assicurata dalle banche, quindi l’improvviso cambiamento di atteggiamento di esse ha creato problemi oggettivi, di mancanza di liquidità, ma anche problemi soggettivi a imprenditori che non conoscevano altro modo di lavorare, impreparati ad affrontare qualsiasi crisi o mutamento. Una recente scienza, la Psicoeconomia ( si veda il sito di Performat, Pisa) di cui mi sto iniziando ad occupare, studia proprio le reazioni psicologiche degli imprenditori alla situazione oggettiva che gli si presenta di fronte.

Queste imprese quindi si sono trovate ad affrontare una crisi epocale senza strumenti psicologici, cognitivi e finanziari. Alcuni imprenditori sono riusciti a tenersi a galla utilizzando i capitali propri, come in tutti i casi giudicati. Nonostante ciò i soldi non sono stati sufficienti a pagare fornitori, stipendi e imposte, quindi si sono trovati a scegliere e hanno lasciato da ultimo le imposte, chiedendone una rateizzazione. Così facendo hanno tutti salvato le loro aziende, continuando ad avere fornitori, a fare lavorare le maestranze e alla fine pagando anche le imposte, anche se a rate ed in ritardo. Hanno fatto delle scelte che alla fine sono state vincenti non solo per loro ma soprattutto per la società che ha visto delle imprese salvarsi, creare lavoro, mantenere lavoro e pagare anche le imposte. Scelte che però hanno comportato l’avviarsi di un processo penale. In detto processo dovendo valutare la volontà di non pagare le imposte, davanti alla situazione oggettiva ora disegnata, non si poteva che valutare che detta volontà di non pagare era assente. Tutti questi imprenditori non hanno pagato subito perché non avevano liquidità, ma hanno fatto in modo di pagare appena potevano, mettendo in atto azioni che hanno dimostrato la volontà di salvare le aziende per poter pagare. Per assurdo ove avessero pagato le imposte ma non i fornitori e i dipendenti, con i pochi liquidi a disposizione, avrebbero dovuto dichiarare fallimento, togliendo alla società’ posti di lavoro e alla fine anche allo Stato imprese attive con i pagamenti. Per assurdo applicando la legge alla lettera, senza le reali considerazioni sui fatti, avrebbero fatto un danno alla società maggiore di quello fatto pagando le imposte in ritardo.

Tutti gli imprenditori quindi volevano pagare ma non potevano, quindi il loro comportamento mancava dell’elemento soggettivo del dolo, cioè della volontà di commettere il reato.

A questo proposito si riporta un passo della sentenza: “uno dei ragionamenti fatti su questi reati tributari riguarda la problematica di essere reati omissivi di pura condotta.

Riportiamo quanto scritto da Ferrando Mantovani sui reati omissivi: ” l’omissione presuppone la possibilità materiale di adempiere il dovere di fare, trovando questo il proprio limite logico nell’impossibilità materiale di essere adempiuto (ad impossibilia nemo tenetur), la quale può dipendere da condizioni personali ( mancanza di attitudini fisiche) o esterne. D’altro canto l’omissione non e’ imputabile al soggetto, quando egli ha fatto quanto a lui competeva per adempiere e l’insuccesso e’ dovuto a circostanze esterne.”

Queste parole sono chiarissime nel precisare che l’omissione deve fare i conti con la possibilità materiale di adempiere.

Ove il soggetto non disponga dei soldi per pagare le imposte si pone il problema di valutare la sua omissione, se integra o no il reato.

Premesso che normalmente non vi sono indagini accurate volte a capire se un soggetto abbia o meno fatto scelte che lo abbiano messo in condizione di non adempiere, la difesa invece ha prodotto documenti che dimostrano come l’imprenditore si sia trovato in condizioni oggettive tali da non poter adempiere non avendo liquidità. Detta mancanza di liquidità deriva da varie contingenze quali la attuale crisi economica, la chiusura del credito da parte delle banche, fatto e’ che in questo momento e’ un dato comune a molte aziende la presenza e possibilità di lavoro ma la mancanza di liquidità. Davanti a questo fatto, generato si ripete al novantanove per cento da fattori oggettivi esterni alla volontà e ai comportamenti dell’imprenditore, questi non ha possibilità di scelta, non ha i soldi per pagare. Ove una minima capacità di pagamento sia rimasta può imporgli di scegliere fra quali voci del bilancio coprire. Una delle scelte può essere di pagare prima fornitori e maestranze e solo con il rimanente eventuale le imposte. Detta scelta e’ pienamente legittima leggendo il suo comportamento in termini costituzionali, ove nel graduare i valori costituzionali la nostra Carta fondamentale pone il lavoro subordinato e la retribuzione ( art. 36) prima dell’iniziativa economica privata (art. 41) e molto prima del dovere di pagare le imposte( art. 53), come fatto palese dall’ordine degli articoli della Costituzione, ordine che riflette l’importanza dei valori in essi contenuti.

La presenza di una pur minima liquidità o meno fa si’ che si possa distinguere dal caso in cui l’imprenditore compia comunque una scelta fra cosa pagare e cosa no e il caso in cui non compia nessuna scelta ma si trovi semplicemente a non poter pagare. Nel primo caso si potrà avere la scelta non scelta che elimina il dolo di non pagare le imposte, in quanto una valutazione l’imprenditore comunque la fa, nel secondo caso si avrà proprio la impossibilità materiale di adempiere, fatto che elimina l’elemento oggettivo del reato. “

Appare evidente che aldilà di ogni ragionamento teorico astratto i fatti sono tali che l’omissione al versamento delle imposte o e’ dettata dalla volontà di non pagare o nonostante la volontà di pagare. In questo secondo caso i principi del diritto italiano, sanciti nella nostra Carta Costituzionale, impediscono di ritenere colpevole di un reato doloso chi non vuole il fatto reato. Questo e’ il semplice principio applicato.

A livello sociale uno degli aspetti da considerare lo abbiamo accennato in precedenza. Siamo in una compagine sociale in cui l’imprenditoria si e’ sviluppata senza una vera consapevolezza ed una reale cultura imprenditoriale nonché senza un reale supporto, in questa situazione si e’ creata una pericolosa dipendenza dal sistema bancario, dipendenza che ha permesso alle banche di gestire a proprio piacimento il credito, con conseguente mancanza di trasparenza sugli interessi e su istituti quali l’anatocismo. Questa dipendenza ha creato non poche situazioni penalmente rilevanti al momento che il monopolio bancario ha deciso di cambiare l’assetto dell’accesso al credito e cioè di restringere la borsa ed i crediti delle aziende. Gli esperti che studiano in questo momento gli istituti dell’anatocismo e degli interessi bancari assicurano che molte aziende, apparentemente a debito, in realtà sono a credito, avrebbero cioè conti in attivo e liquidità ove i loro conti fossero rivisti. Questo aspetto non può che fare immaginare non solo l’apertura di scenari completamente diversi nell’imprenditoria italiana ma anche nella considerazione della volontà degli imprenditori, ove usurati, di non volere pagare le imposte. 

Informazioni sull' Autore  ⁄ Jacqueline Magi

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