San Francesco combatteva il denaro, non il lavoro

San Francesco combatteva il denaro, non il lavoro

San Francesco, non è contrario al lavoro, ma solo al denaro che chiama “mosche”. E’ un eufemismo. Le mosche stanno sugli escrementi. Per lui, il denaro è un escremento! Il lavoro no. E’ necessario per vivere.
Sentite qui:
«Tutti i frati, in qualunque luogo si trovino presso altri per servire o per lavorare, non facciano né gli amministratori né i cancellieri, né presiedano nelle case in cui prestano servizio; né accettino alcun ufficio che generi scandalo o che porti danno alla loro anima; ma siano minori e sottomessi a tutti coloro che sono in quella stessa casa.
E i frati che sanno lavorare, lavorino ed esercitino quel mestiere che già conoscono, se non sarà contrario alla salute dell’anima e può essere esercitato onestamente.
Infatti dice il profeta: “Mangerai il frutto del tuo lavoro; beato sei e t’andrà bene” [Sal. 127, 2] e l’Apostolo: “Chi non vuol lavorare, non mangi” [ Cfr. 2Ts 3, 10]; e: “Ciascuno rimanga in quel mestiere e in quella professione cui fu chiamato” [Cfr. 1Cor. 7,24]. E per il lavoro prestato possano ricevere tutto il necessario, eccetto il denaro.
E quando sarà necessario, vadano per l’elemosina come gli altri poveri».
Fonti Francescane, Regole ed esortazioni, par. 24, pag. 34.
Quindi, per San Francesco il lavoro è una vocazione o meglio una grazia: “Ciascuno rimanga in quel mestiere e in quella professione cui fu chiamato” e ciascuno ha una vocazione diversa dagli altri.
Ancora: «Quei frati ai quali il Signore ha concesso la grazia di lavorare, lavorino con fedeltà e con devozione, così che, allontanato l’ozio, nemico dell’anima, non spengano lo spirito della santa orazione e devozione, al quale devono servire tutte le altre cose temporali. Come ricompensa del lavoro ricevano le cose necessarie al corpo, per sé e per i loro fratelli, eccetto denari o pecunia, e questo umilmente, come conviene a servi di Dio e a seguaci della santissima povertà». Fonti Francescane, Regole ed esortazioni, par. 88, pag. 60. L’ozio è un male anche per il santo e lo abbiamo ripreso nel nostro codice etico.
C’è un passo che è una vera e propria apoteosi del lavoro: «Ed io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all’onestà. Coloro che non sanno, imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per dare l’esempio e tener lontano l’ozio. Quando poi non ci fosse data la ricompensa del lavoro ricorriamo alla mensa del Signore, chiedendo l’elemosina di porta in porta». Fonti Francescane, Regole ed esortazioni, par. 119-120, pp. 68-69.
E chi non lavorava è una mosca al pari del denaro. Lo raccontano anche i frati che gli sono stati vicino: «Se, poi, notava qualcuno ozioso e bighellone, che voleva mangiare sulle fatiche degli altri, lo faceva denominare “frate mosca”, perché costui, non facendo niente di buono e sporcando le buone azioni degli altri, si rende vile e abominevole a tutti. Perciò una volta disse: “Voglio che i miei frati lavorino e si tengano esercitati. Così non andranno in giro, oziando con il cuore e con la lingua, a pascersi di cose illecite”». Fonti Francescane, Leggenda Maggiore, par. 1093, p. 557.
Ed era così anche per Santa Chiara, la versione femminile di San Francesco.
Chiara inizia con una frase ripresa dal Testamento di Francesco: «Le sorelle lavorino di un lavoro pertinente all’onestà: chi non lavora non è onesto». Regola di Santa Chiara, cap. VII.

Per entrambi i santi il lavoro è una grazia ed è così importante da lavorare anche in condizioni di salute precarie. Chiara, che lavorava al telaio, «(…) si faceva sollevare con l’aiuto delle sue sorelle e, sorretta alle spalle da appositi sostegni, lavorava con le sue mani [nota: Cfr Ap. 21,27], così da non stare oziosa neppure nell’infermità». Fonti Francescane, Leggenda di Santa Chiara, par. 3301, p. 1275.

Nel Medioevo il denaro non era quello strumento che serve per scambiare i beni e i servizi prodotti dal lavoro, ma aveva un valore intrinseco.

Le monete erano d’oro e d’argento.

I signori feudali tassavano i cittadini per comprare i metalli preziosi e realizzare il denaro.

Quindi, il denaro sottraeva beni all’economia invece di favorirne lo scambio.

Inoltre, essendo fatto di metalli preziosi, diventava il fine della vita, un vero e proprio oggetto di culto. Ecco perché il santo di Assisi ce l’aveva così tanto col denaro.

Spesso, oggi, si sentono voci nostalgiche di quando le banconote erano convertibili in oro, prima dell’accordo di Bretton Woods del 1971.

Ma basta fare il gioco dei perché e arrivare alla sostanza delle cose, per capire che si tratta solo di nostalgia.

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